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Il laboratorio di Barbaricina

Gli eventi che abbiamo narrato per sommi capi disegnano un affresco complessivo e forniscono alcune chiavi di lettura per focalizzare il contesto. Cercando di interpretare il quadro, abbiamo però perso di vista qualche suo importante particolare e, soprattutto, non abbiamo potuto conoscere il protagonista vero di questa storia, che comincia nel lontano 1957. È infatti nell'aprile di quell'anno che l'ingegner Perotto si trasferisce a Pisa da Torino, dove lavorava presso la Fiat, dopo aver insegnato al Politecnico. Come sappiamo, Olivetti aveva aperto da un paio d'anni a Pisa, per la precisione a Barbaricina, un laboratorio di ricerche avanzate nel campo dell'elettronica. Di questa struttura si parlava allora come di una cosa mitica: a quel tempo Olivetti esercitava un grande fascino nell'immaginazione collettiva e molto di quello che faceva veniva considerato mitico ed era come avvolto da un alone di superiorità e di mistero.


L'Olivetti non deluse le aspettative del giovane ingegnere pieno di sogni. Il laboratorio era situato in una villa nel quartiere di Barbaricina, ricco di verde e di case signorili, molto noto per le sue scuderie di cavalli da corsa. Ed era davvero quella fucina di cultura e di inventiva che Perotto si era immaginato: il contrasto con gli uomini Fiat, tutti metodo e rigore, appariva abissale. Per giunta il direttore, l'ingegner Mario Tchou, figlio di un diplomatico cinese presso il Vaticano, dava l'impressione di coniugare alta tecnologia e cultura millenaria.

 

I personaggi che lavoravano nel laboratorio provenivano in buona parte dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra e avevano lavorato nei centri di ricerca dove erano stati costruiti i primi calcolatori elettronici. L'ambiente di lavoro era quanto di più informale si potesse concepire in quei tempi.


Come suo primo incarico, Perotto dovette occuparsi di costruire, con lima e martello, la consolle dell'Elea 9003, il calcolatore che, come abbiamo già raccontato, Olivetti stava progettando in quel periodo. Questo incarico durò poco: presto Tchou valutò che Perotto avrebbe potuto essere meglio utilizzato e gli affidò il progetto di una piccola macchina elettronica, che doveva servire a convertire i nastri perforati, prodotti dalle macchine contabili Olivetti, in schede perforate leggibili da un calcolatore per l'elaborazione successiva.


L'occasione, colta al volo da Perotto, gli consentì di mettersi in luce e gli diede modo di conoscere i progettisti di Olivetti operanti a Ivrea, ma, cosa ancor più importante, lo aiutò a capire meglio il clima di difficoltà e di tensione nel quale il laboratorio di Pisa era costretto a operare. I valori aziendali di Olivetti-Ivrea erano in realtà gli stessi che vigevano in Fiat-Torino ed erano tipici del tempo: burocrazia e ordine, con poco spazio per i voli di fantasia e le estemporaneità. Tutto il contrario del clima regnante presso il Laboratorio.

 

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