|
|
Non possiamo dimenticare che Perotto si è trovato a operare nel periodo in cui Natale Capellaro, una singolare e valorosa figura di operaio-inventore, aveva progettato la macchina da calcolo Divisumma 24, un prodotto cui aveva arriso un clamoroso successo di mercato, tanto da meritare allo stesso Capellaro la posizione di Direttore Generale dell'Olivetti e la laurea in ingegneria, honoris causa, dall'Università di Bari.
Il Direttore Generale Capellaro aveva dunque raccolto attorno a sé un gruppo di progettisti che non erano né ingegneri, né laureati (molti in realtà avevano solo la licenza elementare), ma erano tutti dotati di straordinaria genialità e creatività. Questo gruppo inventò, praticamente al di fuori di qualsiasi circuito accademico, una nuova meccanica assolutamente non convenzionale: era una meccanica non di forza, che potremmo piuttosto definire dei segnali deboli, adatta quindi a trasmettere e a manipolare la leggerezza dell'informazione. La sua materia prima per eccellenza era la semplicissima lamiera.
Oltre tutto, nei primi anni '60, la situazione del mercato non lasciava presagire nel breve termine un ingresso dell'elettronica tra i prodotti per ufficio, potendosi pensare al massimo a qualche sua applicazione marginale. Per questo a Ivrea erano in preparazione prodotti meccanici di alta sofisticazione, a tecnologia meccanica, sia nel campo delle calcolatrici che in quello delle macchine contabili.
Ritornando dunque all'ingegner Perotto, dopo la realizzazione del convertitore nastro-schede lo ritroviamo nei Laboratori di Ricerche Elettroniche di Borgolombardo, a capo di un gruppo di studio e progetto per applicazioni che oggi si chiamerebbero di informatica distribuita. La tecnologia elettronica era ancora molto costosa, ma già gli occhi più attenti potevano intravedere la possibilità di progettare e realizzare piccole applicazioni a costi ragionevoli. In questo, le visioni prospettiche a Borgolombardo e a Ivrea erano nettamente diverse: di fatto erano stati sviluppati un lettore di assegni con caratteri magnetici (quelli che ancora oggi compaiono sulla riga inferiore degli assegni), un,unità elettronica con 10 registri di memoria, per espandere il limitato numero di totalizzatori (3 max) delle Audit, e un'unità elettronica di moltiplicazione (UME), prodotta e commercializzata con successo.
Nella situazione venutasi a creare nel '64, il piccolo gruppo di progettisti diretto da Perotto era ben poco noto o considerato con scarso interesse da parte dell'establishment di Ivrea, con un'importante eccezione costituita dal dott. Roberto Olivetti. Al momento del passaggio della DEO a General Electric, Perotto, allora operativo presso il Laboratorio di Pregnana, decise, apparentemente contro ogni logica, di restare in Olivetti. In realtà c'era in lui la consapevolezza che la realizzazione del progetto da tempo accarezzato non potesse in alcun modo trovare spazi presso la General Electric, mentre qualche reale possibilità rimanesse presso Olivetti.
Qui si viveva in un clima di pesante incertezza organizzativa, conseguente alla drammatica cessione della Divisione Elettronica e all'attesa della grande ristrutturazione, che avrebbe da lì a pochi mesi riorganizzato le attività operative della casa madre in due settori: da una parte la Divisione Macchine per Ufficio, in cui erano collocate tutte le attività strategiche e che assorbiva più del 90 % delle risorse; dall'altra la Divisione Sistemi, cui erano stati assegnati le telescriventi, le contabili meccaniche e poco altro.
Quasi certamente, il personale rapporto con Roberto Olivetti e Capellaro fu determinante per Perotto che, senza interferenze aziendali, poté completare il suo progetto, fino alla realizzazione del prototipo finale: così pochi mesi dopo, nell'ottobre '64, la Perottina (come era chiamata la macchina dagli addetti ai lavori di Ivrea) avrebbe sorpreso e meravigliato i dirigenti importanti dell'Olivetti e creato qualche imbarazzo all'Alta Direzione.
È interessante ascoltare dalla stessa voce dell'ingegner Perotto la descrizione incisiva e autoironica di quei momenti: "Olivetti aveva mantenuto una peculiarità singolare: quella di consentire a chi non ha il cattivo gusto di andare a chiedere cosa può fare di utile, domanda sempre imbarazzante, di godere di una invidiabile libertà. Un'altra domanda che ritenni non opportuno porre ad alcuno era da chi mai noi dipendevamo. In altre parole, invece di preoccuparci più di tanto del nostro stato di abbandono, di essere senza capi e senza lavoro, cercammo di individuare uno scopo e un obiettivo […] feci presente che il mio programma di lavoro era quello di esplorare la possibilità di utilizzare l'elettronica in futuri piccoli calcolatori di fascia più alta di quella coperta dalle soluzioni in fase di progetto a Ivrea, ma non a livello dei grandi e costosi calcolatori esistenti sul mercato."
L'azienda, nel frattempo, impegnava in uno sforzo gigantesco personale e risorse per la realizzazione della super calcolatrice meccanica scrivente Logos 27, basata su complicati e sofisticati ingranaggi e meccanismi. Era questa la carta da giocare al BEMA show, la grande mostra mondiale delle macchine per l'ufficio, programmata nell'ottobre del '65 a New York, dove l'Olivetti aveva deciso un rientro in grande stile nel mercato mondiale.
|
|